L’ultimo poeta dell’Inferno: per lui contrappasso più severo

Storia e supplizio di Bertran de Born, nobile poeta celebre per le sue canzoni di elogio della guerra

MANTOVA. Il canto XXVIII dell’Inferno è dedicato alla nona bolgia, in cui si trovano coloro che hanno seminato discordie e provocato conflitti e divisioni. I dannati sono costretti a passare davanti a un diavolo che li colpisce con la sua spada, provocando orribili ferite. Insomma, una vera e propria macelleria, descritta nei primi versi, quale non si è mai vista sulla terra, nemmeno nelle più spaventose battaglie.

Un’anima, fra le molte così massacrate, si rivolge spontaneamente a Dante, il quale la sta fissando inorridito: è l’anima di Maometto. Il fondatore dell’Islam spiega il funzionamento della bolgia e dichiara che poco più avanti si trova anche suo genero Alì, il quarto califfo. Dopo che Virgilio ha chiarito chi sia Dante, Maometto affida al poeta un messaggio per Dolcino, il frate ribelle che in quel momento (primavera del 1300) predicava in giro per l’Italia settentrionale, ma che sette anni più tardi avrebbe dovuto arrendersi dopo un lungo assedio sui monti del Novarese (e finire orribilmente squartato dal boia, proprio come le anime di questa bolgia).


L’episodio di Maometto è ideologicamente decisivo. Dante aveva collocato nel IV canto, fra gli spiriti magni del Limbo, i musulmani Saladino, Avicenna e Averroè. Qui condanna Maometto, com’era inevitabile per un cristiano della sua epoca, ma non sposa l’interpretazione volgare dell’Islam, largamente diffusa, che faceva dei musulmani dei pagani politeisti adoratori di una parodia di trinità composta da Maometto stesso, Apollo (!) e Trevigante. Dante conosceva l’Islam quanto bastava per sapere che il Corano si collega esplicitamente a personaggi ed episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento: Maometto è quindi considerato tecnicamente uno scismatico, qualcosa di molto simile all’eretico (quale era infatti fra’ Dolcino). Sorge legittima la domanda: perché allora Maometto non si trova fra gli eretici e perché la sua pena è tanto più degradante di quella di Farinata e delle altre anime che abbiamo conosciuto nel canto X? Cerchiamo la risposta nel prosieguo del canto.

Dopo Maometto, un’altra anima si rivolge a Dante: è Pier da Medicina, che dice di aver conosciuto il poeta, ma di cui ci vengono fornite poche notizie (e le ricerche degli storici non aiutano più di tanto). Anche Pier da Medicina affida a Dante una profezia riguardante la tormentata vita politica della Romagna, poi, su richiesta del poeta, esibisce la lingua mozza di un’anima vicina, quella dell’antico Curione, dannato per aver consigliato a Cesare di dare inizio alle guerre civili varcando il Rubicone. Una quarta anima alza le braccia e mostra i moncherini insanguinati: è Mosca dei Lamberti, uno degli uomini politici di cui Dante aveva chiesto notizie fin dal canto VI, a Ciacco. L’atteggiamento di Dante, che era rimasto silenzioso di fronte a Maometto e a Piero aveva chiesto chi fosse l’anima vicina (Curione appunto), in questo caso si fa sprezzante: il Mosca ha avallato l’omicidio da cui ha avuto origine il conflitto tra guelfi e ghibellini in Toscana e Dante lo informa che tra le conseguenze delle sue azioni c’è stato l’annientamento della sua famiglia, raddoppiando il suo dolore. L’ultimo personaggio che Dante incontra in questa bolgia è Bertram dal Bornio, ossia Bertran de Born, nobile poeta provenzale del XII secolo, celebre per le sue canzoni di elogio della guerra.

Bertran è letteralmente spaccato in due: il capo gli è stato spiccato dal busto e lui se lo porta in giro “a guisa di lanterna”, reggendolo con una mano. Di fronte a questo culmine dell’orrore, in cui l’identità stessa del dannato viene messa in discussione (“eran due in uno e uno in due”), colpisce il fatto che Bertran sia condannato all’inferno per aver fomentato quella che in fondo era poco più che una faida familiare tra il “re giovane” Enrico Plantageneto d’Inghilterra e suo padre Enrico II. Secondo il nostro parametro di giudizio, uno scisma religioso o lo scatenamento di una guerra civile costituirebbero colpe assai più gravi. Agli occhi di Dante, viceversa, la colpa di Bertran è la più grave di tutte, e il modo della sua pena (la divisione del corpo in due pezzi separati) e il paragone biblico con Achitofèl (seminatore di zizzania tra Davide e suo figlio Assalonne), lo confermano. Sorge una seconda domanda: come si spiega questo giudizio apparentemente illogico?

Bertran è l’ultimo dei poeti moderni che Dante nomina nell’Inferno: il primo, ovviamente, è lui stesso, fin dal canto I, a cui hanno fatto seguito Guido Cavalcanti nel canto X, Pier delle Vigne nel canto XIII, Brunetto Latini nel XV. Ebbene, come nel caso di Pier delle Vigne, l’attività poetica di Bertran viene sottaciuta, e certo Dante doveva rivolgersi a un lettore informato, per il quale questi silenzi assumevano un valore particolare. Dante stesso, fra l’altro, aveva elogiato il provenzale nel De Vulgari Eloquentia, come cantore della guerra, lamentando l’assenza di un autore italiano capace di affrontare questo tema con la stessa perfezione. Nel caso di Pier delle Vigne il silenzio potrebbe essere giustificato semplicemente dalla scarsa qualità dei suoi versi.

Ma possiamo ipotizzare un ragionamento più sottile: vittima di una condanna ingiusta come Dante, Pier delle Vigne ha reagito con il suicidio, cioè con un atto di protesta distruttivo; Dante al contrario ha progettato e scritto la Commedia, opera che non solo garantisce la salvezza sua, dell’individuo Dante, ma lancia un messaggio salvifico all’umanità intera, facendo della vicenda personale un exemplum universale. Anche nel caso di Bertran possiamo cogliere una riflessione sulla poesia che va oltre il giudizio “tecnico” del De Vulgari Eloquentia. Dante sta ormai elaborando una posizione politica che oggi diremmo “pacifista” e che verrà argomentata nella Monarchia: Dio, ragiona Dante nel trattato, nella sua infinita bontà, desidera che le sue creature, prima della felicità del paradiso, sperimentino la felicità nella vita terrena; la pace è la condizione necessaria per questa felicità terrena ed è quindi un valore sacro (e, aggiunge Dante, può essere garantita solo dall’imperatore, a cui perciò è giusto che siano sottomessi tutti gli altri poteri temporali).

La poesia bellicistica di Bertran de Born, per quanto formalmente pregevole, non può essere quindi esaltata; al contrario: Bertran ha tradito la vera missione del poeta. Per questo il contrappasso è più severo nei suoi confronti che in quelli degli altri dannati della stessa bolgia. E per questo, possiamo ipotizzare, l’eresia di Maometto è più grave di quella di Epicuro: non è stata un errore puramente filosofico, ma ha avuto conseguenze pratiche, provocando guerre e conflitti sanguinosi.
 

Video del giorno

Sgarbi e Al Bano cacciati a fischi dal palco dell'Arena di Verona: era la sera dell'omaggio a Franco Battiato

La guida allo shopping del Gruppo Gedi