Mario Broini: vi racconto i tempi in cui nel Po si pescavano chili di pesce

«Aveva un senso far fatica e pagare una licenza. Allora si lavorava anche per la vendita, non solo per mangiare». Un viaggio tra i tanti tipi di reti e trappole esposti nel Museo di Revere: «Ma oggi i ci sono i siluri» 

MANTOVA. «No, quelle le usano solo i bracconieri». Il silenzio che segue questa affermazione, mentre nel Museo del Po di Revere vengono indicate le fiocine, fa capire l’amore che i pescatori hanno per il Grande Fiume e per il pesce che, un tempo, era in abbondanza. Ne parliamo con Mario Broini, classe 1940, abitante di Revere, nativo di Ostiglia, ex pescatore e cresciuto sul Po.

«Un tempo c’era davvero molto pesce. Aveva un senso far fatica, pescare e pagare una licenza; l’ultima volta mi è costata qualche migliaio di euro. Allora si pescava davvero, e non solo per consumo personale, ma anche per la vendita». La pesca sul Po è un’arte che sta lentamente scomparendo. «Oggi ci sono i siluri, pesci enormi che mangiano tutto. C’è chi li pesca, ma non è più la stessa cosa», spiega Mario mentre, nel museo di Revere, scaviamo in un magazzino ricco di attrezzature donate anche dallo stesso Mario.


La parte nobile della pesca è raccontata in una sala, preceduta da un’altra stanza con una vetrina dove ci sono gli animali impagliati: sono tutti quelli del Grande Fiume. Però nel magazzino c’è fascino, quello della vera scoperta di un’arte che, nei film, e nelle fotografie, è narrata in bianco e nero. Mario comincia a spiegare. «El guadìn, il guadino, serviva per prendere il pesce nel bilancino. Quando non ci arrivavi, usavi questo e ti permetteva di tirar fuori il pesce». L’olandina - che si trova però nella sala del Museo - si usavano invece sotto riva perché - spiega sempre Mario - quando il Po cresceva era micidiale; nella posizione giusta, sull’argine, ti permetteva di prendere i lucci. Solo dalla sponda, non andava portata in mezzo al fiume».

Un manico di legno, una rete fissata a due bracci: sembra una grande fionda che permetteva di prendere uno dei pesci più pregiati del Fiume. «Le reti le facevano gli artigiani. Tutte, da queste che vediamo a quelle che venivano messe in fondo al fiume. Erano fatte con corde e spago. Io le riparavo. Se c’erano dei buchi potevo chiuderli, ma non le costruivo», racconta Mario. Gli occhi si fanno lucidi quando comincia a spiegare l’arte nobile delle reti speciali.

Il bertavello, vero re della pesca, viene preso in mando con grande sicurezza. «Questo si metteva in fondo, con dei pesi. Ne legavi anche parecchi, uno dopo l’altro. «Qui, l’anguìla (l’anguilla, altro pesce pregiato del Po) non usciva più una volta dentro. Li si tirava su dal fiume, recuperando il “curdin” (la corda) che legava insieme i vari bertavell». Mario prende in mano questo strumento, spiega gli inganni - le divisioni - e, come in un antico rito praticato nelle segrete del castello di Hogwarts, recita la formula magica: “Ün, dü, tri.. si faceva su l’inganno e poi si dava un scossa. In questo modo le anguille uscivano. Quante ce ne erano nel fiume e in queste reti. Ne portavi a casa dei chili». Un altro strumento che ha molto fascino è il vivier (il vivaio).

Mario lo srotola e ci si rende conto subito che quello serviva per i pesci grandi. «Storioni certo, ma anche per tenere tutto il pesce in acqua, mentre eri sulla barca. Il vivier è duro perché qui ci andava dentro il frutto della pesca che poi dovevi recuperare». Nel magazzino, come nella stanza del museo, ci sono molte reti, alcune delle quali tradizionali e note, come la “stregera”, la rete lunga con i pesi, o lo “stramaglio”. «Queste sono fatte di stroppa, di sanguanina (salice sanguigno, ndr), o di rubino. Sono le nasse che andavano sul fondo, per due o tre giorni. L’innesco erano due legni, con in mezzo l’esca, e da qui, una volta entrate, le anguille non uscivano più. Si recuperavano con un attrezzo di metallo con tre o quattro rampini al fondo. Si lanciava e si recuperava la corda e al fondo c’era la nassa».

Il percorso finisce con il silenzio e con lo sguardo sulla vetrina delle fiocine appunto. «Quella è roba da bracconieri. C’erano, ce ne sono. Io ho sempre pescato con la licenza. Gli voglio bene al fiume». Il silenzio che ne segue è emblematico di un mondo, quello della Bassa, che in molti snobbano ma che nasconde tesori, anche e soprattutto, nelle storie di questi uomini che, ancora oggi, guardano al Fiume, il Grande Fiume, con rispetto e amore.
 

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