CineMantova: Totò in città, una notte all’Italia e dei ristoranti non fu soddisfatto 

MANTOVA. È il 1963 e gli scherzetti del pesce d’aprile sono ormai nel dimenticatoio. Due giorni dopo Totò è al braccio di Franca Faldini sotto i portici di Mantova. Ha preso alloggio all’albergo Italia, ci rimarrà solo una notte. Era apparso sugli schermi cittadini per la prima volta nel 1941, con “San Giovanni Decollato” (1940) di Palermi al cinema Impero.

Quelli erano tempi in cui il quotidiano locale offriva ricette come: “Chi non sa per esempio che l’acqua dei maccheroni è un ottimo detersivo? Perché l’acqua contiene sostanze (cedute all’acqua dalla pasta) che, pur avendo le caratteristiche dei così detti saponi, hanno la capacitò di distaccare il sudiciume aderente alla superficie delle stoviglie o alla fibra dei tessuti. O che l’acqua proveniente dalla bollitura di pesci, ceci, patate etc. sono soluzioni assai diluite che dopo il raffreddamento sono succedanei dei saponi e servono ottimamente per la lavatura della biancheria fine”.



In carne e ossa arriva nel 1943 con una compagnia di varietà all’Andreani, tempi in cui nelle famiglie mantovane si attendono le straordinarie distribuzioni di prosciutto cotto o mortadella nella misura di 40 grammi a testa, di due chili di patate al mese, oppure di novità alimentare: quella del sangue dei suini aromatizzato. Se ne danno le ricette: “Cotto e tagliato a fettine, in spezzatino con piselli, insieme al pollo alla cacciatora, in piccoli pezzi con il formaggio, oppure al funghetto con aglio e prezzemolo”.

Nel 1948 appare sullo schermo dell’Andreani con “Fifa e arena” di Mattoli: è il campione d’incassi della stagione con 400 milioni di lire e 5 milioni di spettatori; ancora è su quello dell’Ariston con “Totò al giro d’Italia” (al quarto posto nel box-office dell’anno precedente.

Un critico preparato e severo come Nam (al secolo Alberto Mario Nizzola) intuisce già – il 2 febbraio 1950 sulla Gazzetta – come dietro la maschera di Totò ci fosse dell’altro: “Raggiunta la massima popolarità in Italia e all’estero, dove pur non comprendendo la nostra lingua (anzi, il suo dialetto) il pubblico fu tanto entusiasta da batter la testa sullo schienale delle poltrone. Il capocomico Totò, al secolo marchese De Curtis e principe legittimo di Bisanzio, pare si vada legando sempre più ai produttori cinematografici trascurando alquanto gli impresari teatrali.

Negli ultimi mesi, infatti, di questo nostro bravissimo attor comico, che Flaiano ha voluto paragonare addirittura ad Aristofane, sono stati realizzati quattro film Yvonne la nuit, Totò cera casa, L’imperatore di Capri e Totò le Mokò. Del successo che queste pellicole son destinate a ottenere, non è nemmeno il caso di dubitare; si dubita invece per la fretta con cui sono state fatte e per lo scarso impiego di mezzi che è stato loro dedicato, non siano altri che prodotti deteriori, realizzati col solo intendimento della cassetta e del cartello, privi di qualsiasi pretesa che non sia quella di ottenere il massimo degli incassi con la minima spesa.

Questi principi che sono alla base della produzione del cinema comico sono originati dalla convinzione che per quanto mal fatto possa essere, un film comico richiama sempre ugualmente una gran massa di spettatori. Ma se anche in Italia - per tornare al tornare a Totò - si usasse maggiore serietà, probabilmente avremmo ottimi film di questo genere”.

Nella vita privata il principe – aveva ottenuto il riconoscimento del titolo nell’aprile del 1946 dalla Corte di Appello di Napoli – conduceva una vita ritirata, poche fotografie lontano dal set, rare interviste sempre al fianco di Franca Faldini, dal 1952 fino alla morte. Lei era di origini mantovane, anche se nata a Roma. La nonna aveva una casa a Castelletto Borgo, dove oggi c’è l’agriturismo “Corte Matildica”.

Lui si muoveva sempre in sua compagnia, pieno di idiosincrasie, odiava viaggiare con la nave o con l’aereo. Ben nota era la sua munificenza a enti che si occupavano di povertà e d’abbandono. Tra questi, il Nido Traverso di Volta Mantovana impegnato con i figli dei carcerati. A Mantova in quale ristorante sarà andato a mangiare? Probabilmente in nessuno.

Ha ricordato Franca Faldini la sua diffidenza: «Con un pretesto e con l’aria svagata andava a girellare in cucina e se tornava al tavolo ordinando prosciutto e melone, il verdetto era negativo». Aveva un pregiudizio contro il cibo preparato senza il suo controllo che talvolta scivolava nella fobia: «E le cucine? Ci avete mai pensato a dare un’occhiata alle cucine di questi localucci pittoreschi con agli appesi, tovaglie a scacchi e abat-jour? Una zozza, novantanove su cento, un covo di scaraffoni, da entrarci con gli stivali di gomma, maschera e guanti».

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