A Mantova un tesoro di gesso da valorizzare

Togliamo quei calchi da corridoi e soffitte creando una gipsoteca nel palazzo accademico

MANTOVA. L’Apollo del Belvedere, restaurato, andato in mostra Forlì, non tornerà nella sede del liceo artistico di Mantova, ma sarà esposto nel Museo della Città, palazzo di San Sebastiano, per decisione del Comune. Stessa sorte per lo pseudo Mercurio.

Chi commenta che “quei gessi sono copie punto e basta”, ha capito niente. Quei gessi sono calchi di opere fondamentali della scultura antica e rinascimentale. Calchi storici della grande scultura, così ci capiamo meglio: essi hanno irradiato in via tridimensionale i capolavori, quando ancora non c’erano Wikipedia, piuttosto che le stampanti 3D e le disponibilità ai viaggi culturali erano per pochi eletti.

Così Mantova nella seconda metà del Settecento si portò a casa il meglio della statuaria, costituendo l’Accademia di belle Arti, prima in Palazzo Ducale e poi in quello del Piermarini (sede dell’Accademia Nazionale Virgiliana). Per la città del Mincio fu un colpo magistrale: assumendo il pittore Giuseppe Bottani in qualità di direttore di quella scuola, approdò qui anche la sua collezione di modelli: oltre 600 gessi che arrivarono da Roma caracollando su e giù dall’Appennino chiusi in 18 casse. Era un carico d’altri tempi.

A Mantova quelle copie furono esposte insieme alle collezioni accademiche che via via andavano raggruppando anche marmi originali già gonzagheschi, cere e terrecotte. Un patrimonio esposto al pubblico, che divenne il cuore della gipsoteca ospitata in quella che oggi è la biblioteca dell’Accademia, al primo piano dell’edificio, adiacente alla Sala Ovale (dove si svolgono le adunanze dell’Accademia Nazionale Virgiliana) che allora era la sede della Scuola del Nudo.

Fu il nutrimento formativo per generazioni di artisti locali e non soltanto. Tra questi Giovanni Cadioli, lo Schivenoglia, Giuseppe Bazzani. Merito appunto di Giuseppe Bottani, nato a Cremona nel 1717, in attività a Firenze e poi a Roma, e quindi a Mantova dove morì nel 1784.

Un inventario del 1827 segnala la presenza di 1.364 opere in gesso. Nella seconda metà di quel secolo iniziò la dispersione di ciò che in origine era un corpus che da solo costituiva un museo. I pezzi divennero elementi d’arredo o di sostituzione. Alcuni modelli finirono in Palazzo Ducale a riempire certe nicchie dello Scalone delle Duchesse, oppure a decorare la cosiddetta Ala Napoleonica di Palazzo Te. Molti gessi continuarono e continuano ad esercitare la loro funzione di modelli da studiare e copiare. Sono disseminati fra la sede cittadina del liceo artistico e quella staccata di Guidizzolo. Con le incognite e i rischi del caso. Stanno lungo i corridoi, protetti nelle soffitte, a far la guardia alle toelette, spesso issati sui loro piedistalli originali settecenteschi.

Quei pezzi starebbero bene altrove, perché sono preziosi, fragili e potenti. Devono stare insieme, fare gipsoteca. Basti ricordare che diversi modelli sono stati certamente “formati” sugli originali. Qualcuno va citato: l’ellenistico busto di Laocoonte, la testa del profeta Abacuc di Donatello; la Venere callipigia; l’Antinoo del Campidoglio; il Gladiatore combattente di Villa Borghese, l’Apollo del Belvedere; la Venere de’ Medici, i due Lottatori del Museo Farsetti, la testa del David di Michelangelo... La loro attrazione classica (da copie) perpetuò il classicismo.

Il censimento, la schedatura e il piano di salvataggio della collezione Bottani esistono. Da tempo ci sono uno studio documentario di Giovanni Rodella e un progetto di valorizzazione di Roberto Soggia (entrambi accademici) quando presidente dell’istituto era Piero Gualtierotti, predecessore di Roberto Navarrini. Guido Bazzotti aveva tradotto in un rendering l’ipotesi di allestimento nella Sala Ovale al piano terreno del Palazzo del Piermarini.

I gessi appartengono al Comune di Mantova dal 1862, quando l’Accademia trasferì all’amministrazione parte del patrimonio. Allora i gessi segnalati erano 704. Nel 1915 la collezione fu depositata in Ducale e quindi, nel 1940 la diaspora verso le scuole. Nella reggia restarono 38 modelli, con finalità d’arredo e riempimento.

Il progetto per il salvataggio c’è. Come c’è l’habitat museale nella Sala Ovale al piano terreno del Palazzo accademico (ex Conservatorio). I gessi nella Sala Ovale oltre a rappresentare un “ritorno di diritto”, risponderebbero a quell’esigenza corale che sollecita ad aprire i depositi, esporre la storia, rispettare le funzioni degli spazi e delle cose. Esattamente nel perimetro che fu la “città degli studi” di Mantova.

Chiudo, tornando all’esordio: chi ritiene il gesso un materiale povero e il calco una semplice copia, ha appunto capito niente. Se dovesse funzionare un simile ragionamento bisognerebbe deprezzare tutta la catena dei “multipli”, cioè la numismatica, la medaglistica, il gusto per i bronzetti e - per non essere troppo antiquariali - tutte le creazioni del designer contemporaneo. La cultura circola con gli oggetti. La cultura visiva è fatta di oggetti, che danno vita ai musei. 

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