L'anno di Dante, domande e risposte: il cammino ora procede nelle ricerche

«“Question and answer” ha funzionato e ci ha esentato dal dovere di trovare una formula di chiusura»

Voltarsi indietro a guardare la strada percorsa è un gesto dantesco. Dante lo compie già dopo pochi versi, quando descrive il sollievo provato lasciandosi alle spalle la selva e lo paragona a quello del naufrago «uscito fuor del pelago a la riva» – è la prima similitudine della Commedia – che «si volge a l’acqua perigliosa e guata»: come quel naufrago, scrive, «l’animo mio, ch’ancor fuggiva, / si volse a retro a rimirar lo passo / che non lasciò mai persona viva». È un gesto fisico (il naufrago respira a fatica, «con lena affannata») e morale (la selva, traviamento dalla «diritta via», rappresenta una condizione di errore) che verrà ripetuto ancora molto più avanti dalla prospettiva tutta diversa del Paradiso, dove l’invito di Beatrice a guardare in giù, a vedere «quanto mondo sotto li piedi» ci sia a quel punto, darà l’occasione per vedere la terra come un’aiuola, «l’aiuola che ci fa tanto feroci».

Un verso bellissimo, ha spiegato Claudio Giunta, tra i più noti dantisti di oggi, perché riesce a «combinare i due piani ben distinti della descrizione obiettiva e del giudizio morale»: è la soluzione data da Dante al problema di «definire la terra e la vita umana in undici sillabe», un’aiuola (un piccolo pezzo di terra: piano fisico) che ci rende tutti crudeli (piano morale).


Avevamo introdotto questo corso parlando di backward design, della strategia di programmazione didattica fatta a partire del risultato che si intende raggiungere. Alla meta era assegnata la funzione di organizzare il cammino, eppure la meta di Material Culture in the Middle Ages: Dante’s Commedia non era soltanto immaginata – questo vale per tutti i corsi, che sono sempre un po’ più imprevedibili di come i docenti sono tenuti a presentarli – ma immaginata come deliberatamente incerta.

Paolo Fabbri, un grande semiologo scomparso meno di un anno fa, cominciò una volta un saggio sulla ricerca del bello confrontando la maniera della conoscenza dell’inchiesta di Edipo e quella dell’inchiesta del Graal, l’una propria di chi si pone un quesito senza risposta, l’altra di chi ha ricevuto un responso fin dall’inizio e va in cerca di domande: «la quête del bello», scriveva, «non è edipica, non le manca l’esperienza abbagliante delle risposte, ma le domande pertinenti». Questo corso voleva fare un po’ la stessa cosa, prendere la Commedia come una risposta già data a domande ancora da trovare. Trovare queste domande, articolarle, giustificarle, spiegare perché fossero pertinenti era il compito degli studenti, che proprio ora stanno preparando la versione da consegnare tra poco più di una settimana dei progetti di ricerca che hanno brevemente illustrato e discusso insieme al resto della classe nell’ultima lezione.

Portare lo sguardo su questi progetti è guardare la strada percorsa, dare un’occhiata a «quanto mondo» è rimasto dietro le spalle – «sotto li piedi», anzi – di un seminario di cui sapevamo che soltanto alla fine, retrospettivamente, avremmo potuto sperare di fornire una descrizione completa.

Riconosciamo nelle ricerche avviate dai partecipanti al corso i suggerimenti di lettura proposti durante queste settimane (il suolo, il colore, il volo tra gli altri), ma anche quando il tema di una particolare ricerca è apparentemente identico a quello di una delle nostre lezioni ci sembra che la domanda si sia stata riformulata.

Avevamo pensato di studiare l’aspetto materiale del colore nella Commedia, e nelle mani di uno studente questa ricerca iniziata da una schedatura di tutti i possibili riferimenti al colore si sta trasformando in un’indagine su che cosa Dante potrebbe aver imparato sulla pittura frequentando l’Arte dei medici e degli speziali a cui era iscritto, un dettaglio biografico spesso ritenuto marginale o spiegato con ragioni di convenienza politica ma nel quale già un critico come Marco Santagata, anche lui scomparso solo qualche mese fa, aveva cercato le tracce per illuminare alcuni passi della Vita nova.

Avevamo iniziato dalle strade, sforzandoci di resistere alla facile tentazione di prendere per allegoriche le allusioni al cammino e al viaggio: un altro dei partecipanti al corso ha proseguito sul tema e si è concentrato ancora più metonimicamente sui piedi, punto di contatto tra il corpo e la terra, ma anche parte del corpo carica di significati simbolici e religiosi (basta ricordare la lavanda dei piedi, il gesto compiuto da Gesù durante l’Ultima Cena).

Abbiamo parlato del volo, e una studentessa ha pensato di dedicarsi specificamente al volo delle frecce studiandone gli aspetti materiali, tra cui quelli legati alla misurazione della velocità di un movimento («come da corda cocca» è l’espressione che Dante usa per descrivere il modo in cui Gerione vola via dopo aver trasportato lui e Virgilio) o del calcolo di una distanza («Forse in tre voli tanto spazio prese / disfrenata saetta, quanto eramo / rimossi, quando Beatrice scese»). Abbiamo studiato il suolo, e uno studente esperto di satira latina (il genere della «Musa pedestre», diceva Orazio) ha avviato una ricerca sull’aratro, una ricerca che gli sembrava condotta da un punto di vista soprattutto filologico, testuale, ma che proprio nel corso della presentazione al resto della classe ha generato una discussione sulla possibilità di cogliere all’interno della Commedia i segni di alcune innovazioni tecniche nell’uso dell’aratro in epoca medioevale rispetto all’epoca antica.

Nella lezione conclusiva il meccanismo del Q&A, question and answer, le domande e risposte in coda a ciascuno degli interventi dei partecipanti, ha funzionato così bene che ci ha esentato dal dovere di trovare una formula di chiusura che ricapitolasse il corso. Non ne abbiamo avuto il tempo, ed è stato meglio così: confessiamo che saremmo stati in difficoltà a fissare in qualche frase riassuntiva un seminario che voleva continuare, e che sta continuando nelle ricerche degli studenti ancora in corso e che magari continuerà con una nuova edizione in un futuro non troppo lontano. Rubiamo volentieri questa formula a un altro degli studenti, che ha parlato della sua ricerca sulle rappresentazioni del mondo – è un dottorando che viene da studi di cartografia – dicendo che intendeva studiare non tanto il mondo che Dante costruisce con la Commedia, ma semmai il mondo che ha consentito a Dante di immaginare quello che la sua «alta fantasia» è riuscita a metterci davanti agli occhi.

Ci riconosciamo in questo lavoro, è una buona descrizione della strada fin qui percorsa: grazie a chi l’ha percorsa con noi, a chi ci ha chiesto di raccontarla, a chi la vorrà continuare.

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