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Mantova spegne 3.443 candeline: passione smisurata per la vecchiaia

Il super reperto del tempo che fu: una porzione di strada romana esposta al Museo Archeologico
 

MANTOVA. Giochiamo ai compleanni? Mantova batte Roma con vantaggio di antichità di 669 anni. Il 21 aprile scorso i romani hanno avuto un bel da celebrare i natali dell’Urbe che secondo calcoli vecchi come Romolo e Remo avrebbe raggiunto le 2.774 primavere. Dal canto suo Mantova ha perso il conto: oggi dovrebbe avere 3.443 anni. Questa catasta di tempo, così dettagliata, risulta dai ragionamenti dello storico Stefano Gionta e del poeta Raffaello Toscano. Mantova sarebbe stata fondata 60 anni prima della caduta di Troia, ovvero 1.422 anni prima di Cristo, e quasi 7 secoli prima di Roma. L’oggettività della storia è piegata alla libertà della rima: “Questa bella del lago alma Reina/fu pria di 60 anni edificata/ch’avesse Troia l’ultima rovina”.

Gionta e Raffaello Toscano erano cortigiani del ’500 e così garantendo il primato di Mantova facevano propaganda ai principi (gli inevitabili Gonzaga). Spostando all’indietro la nascita di Mantova accreditavano due circostanze. La prima: Enea in fuga da Troia doveva pur approdare nel Lazio quando la virgiliana Mantova esisteva già. La seconda: il record cronologico della città del Mincio la rendeva veneranda e in sincronia col mito della fondazione dovuta al vagabondare dell’indovina Manto e al figlio Ocno…

Da ciò potrebbe derivare il detto orgoglioso e fatalista “l’è vècia Mantòa” (è vecchia Mantova). Mantova sarebbe quindi emersa dalle paludi del Mincio quando appena a nord delle cateratte del Nilo veniva edificato il tempio di Abu Simbel, e i Micenei diventavano potenza commerciale nel Mediterraneo. Secondo loro, il Gionta e Raffaello Toscano. Esagerati. Quasi quasi vien da dargli credito con la recentissima scoperta: un villaggio dell’Età del Bronzo a Fiera Catena. In questa storia contabile addomesticata c’è un’unica certezza: sulla Mantova preistorica e protostorica le informazioni sono rarefatte e si basano su ritrovamenti casuali o su saggi di scavo molto circoscritti.

È difficile immaginare documentatamente (attraverso i materiali) come fosse la città degli esordi, ma anche quella etrusca e poi romanizzata perché c’è un difetto. Sopra i resti della città più antica si sono stratificate altre Mantove e ancora Mantove sulla stessa superficie sopraelevata e stretta stretta, la stessa isola che mai si è espansa fino al XII secolo, quando Alberto Pitentino fu chiamato a dare un assetto al Lacus Mantuanus. Mantova è un caos sotterraneo, dunque. Oltre la sovrapposizione incidono anche il riporto, la bonifica, lo sbanco, l’alluvione, le sorprese.

Queste ultime sono state presentate ieri al Museo Archeologico Nazionale e aggiornano la nostra conoscenza della preistoria, protostoria, storia su cui camminiamo. C’è un’epoca nella quale è possibile mettere a fuoco la connotazione urbana e viaria del pieno centro, della vetta altimetrica della città, del nucleo originario: il dentro e l’intorno dell’attuale piazza Sordello che nel I secolo dopo Cristo, età augustea, erano la città e basta, parva, piccola. Sostanzialmente un quadrato irregolare i cui lati coincidono con le odierne via Accademia e via Cavour a sud; via Rubens a est, via Cairoli, la linea del campanile del duomo e quella della prima struttura della corte gonzaghesca a nord; via Montanari e via Sant’Agnese a ovest.

Questo quadrato va immaginato per ciò che oggi non è, perché piazza Sordello è l’esito della demolizione del quartiere medievale, e i secoli vi hanno sovrapposto due astronavi di pietra: il Palazzo Ducale e la cattedrale con tutte le loro pertinenze. La Mantova romana era più o meno raggrumata qui dentro, con qualche espansione verso sud, unica direzione possibile vista l’ospitalità fornita dal Mincio nel suo meandro. Le acque erano un formidabile elemento di difesa naturale. E v’è da credere che la città fosse protetta in origine da neanche tante palizzate, terrapieni e muri considerata la sua stabilità nella Gallia cisalpina, nell’Italia padana, nel cuore dell’impero. Di nemici non ne aveva. Solo più tardi, con le prime pressioni barbariche, Mantova si ritrasse in limiti decisamente segnati, fortificazioni, fossati.

La riprova di questa contrazione è nelle domus individuate a meridione della linea del “fossato” coincidente con via Accademia e via Cavour. La casa con i mosaici del III secolo dopo Cristo scoperta nel 2006 in piazza Sordello ha analoghe decorazioni pavimentali al di là della cortina di edifici e del limite di via Accademia.

Quello che oggi è il Listone (il marciapiede che dal voltone di San Pietro raggiunge la cattedrale) doveva essere il cardo massimo, via principale nord-sud sud-nord, cerniera sulla quale si sviluppava l’impianto ortogonale dell’abitato. Il voltone potrebbe coincidere con la porta meridionale della Mantova romana. Bisogna visitare il Museo Archeologico Nazionale (ex Mercato dei Bozzoli) per ammirare e commuoversi al cospetto del pezzo romano più esteso, voluminoso, ad uso quotidiano di duemila anni fa: la porzione di strada scoperta nel 1853 in via Broletto, a poca distanza dal voltone. Fatta da enormi basoli in trachite, è lunga 3.65 metri e larga 2.70.

Ospitata nella penombra dei locali sottostanti il Giardino Pensile di Palazzo Ducale, nel 2016 finalmente è esposta nell’Archeologico. Questo lastricato è commovente non solo perché suggerisce da quanti e quali passi fu percorso: i solchi delle ruote dei carri li mostrano davvero. Ecco, questo è il sonoro della storia. —

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