Il bestiario e i suoi significati: simbolo della lotta tra bene e male

I contributi delle scuole. Le fiere: una trinità bestiale, in contrasto e agli antipodi della trinità celeste, allora punto di riferimento

MANTOVA. La lonza, il leone, la lupa: sono le tre fiere che Dante incontra salendo sulle pendici del colle illuminato dal sole per salvarsi dalla selva oscura. Dapprima la lonza, che indica il peccato di lussuria, poi il leone, simbolo di superbia e infine la lupa, simbolo di cupidigia. Ma perché mai Dante sceglie proprio queste tre fiere? E perché assegna loro come significato simbolico proprio questi tre peccati? Perché per incarnare la lussuria non ha deciso di rappresentarla sotto forma di vipera, serpe o rospo, come invece succede, per esempio, in altri documenti del tempo?

Per poter capire al meglio il proposito di Dante, dobbiamo analizzare il valore che aveva l’animale per l’uomo medievale, ricordando che la concezione di quel periodo era diversa dalla nostra, essendo sempre tutto in funzione di Dio. La relazione uomo-animale viene stabilita da Dio fin dai tempi dalla Creazione: Dio infatti conferisce all’uomo il dominio su tutti gli animali e affida ad esso il compito di assegnare un nome a ciascuno di loro, come una seconda creazione. L’animale è quindi caricato di significati simbolici che alludono al comportamento dell’uomo, al Bene o al Male. Gli elementi che costituiscono la natura e la loro rappresentazione hanno per l'uomo Medievale una funzione didascalica, carica di significati morali.

La natura e le sue immagini, infatti, hanno da sempre impressionato, commosso e insegnato importanti virtù all’uomo, il cui comportamento si percepisce analogamente a quello degli animali. È arma sacra al servizio della Chiesa, soprattutto nei miracoli: essa svolge un ruolo repressivo sui fedeli per mezzo della “pedagogia della paura”, cioè per mezzo di racconti che instaurano timore nel lettore verso un determinato comportamento, invitandolo quindi a non assumere certi atteggiamenti. In questa prospettiva hanno grande rilevanza i bestiari. Si tratta di grandi raccolte, vere e proprie opere di carattere didattico allegorico-morale, in cui sono descritte le proprietà di animali sia reali che fantastici, attraverso le quali ricavare insegnamenti etici e religiosi; tali proprietà si riferiscono all'anatomia dell'animale, al suo comportamento, alle sue abitudini e ai rapporti con le altre specie. Il ragno, per esempio, è immagine del demonio: si credeva che il diavolo tendesse reti e trappole, che corrispondono ad inganni e tentazioni, per fare cadere l’uomo nel peccato allo stesso modo in cui l’aracnide tesse la sua tela per catturare gli insetti di cui cibarsi. Il maiale invece, intento solo a mangiare frugando tra i rifiuti, rappresenta l’uomo peccatore: avido di beni materiali, trascura le qualità morali che potrebbe altrimenti coltivare. I bestiari sono perciò una sorta di tassonomia che lega insieme osservazioni razionali, scientifiche, visioni filosofiche e credenze di varia natura, andando a costituire nel Medioevo un vero e proprio genere.

Non dimentichiamoci che in queste raccolte valore fondamentale è l'opposizione costante tra il bene e il male, che si manifesta nella natura degli animali: non per nulla infatti il pellicano, la fenice, l’unicorno, il leone, l’aquila e la pantera vengono visti come simboli di Cristo, mentre la iena, la scimmia, la volpe, il lupo e la balena immagini del demonio. Un interessante mutamento avviene quando i bestiari vengono applicati nell’ambito erotico e dell’amor cortese, prendendo il nome di Bestiaire d’Amour: un trattato allegorico che reinterpreta il bestiario divino, convertendolo in bestiario d’amore, mettendo in luce similitudini tra il comportamento degli animali e quello degli innamorati. Ad esempio l’aquila, che rappresentava l’allegoria dell’uomo cristiano desideroso di rigenerazione spirituale, nel Bestiario d’amore diviene simbolo dell’orgoglio, sentimento che ostacola l’amore. Data la grande attenzione attribuita ai testi dei bestiari, questi entravano a far parte di vere e proprie grandi enciclopedie. Tale riferimento viene fatto anche da Dante nella Divina Commedia già a partire dalla prima fiera incontrata lungo il suo cammino, la lonza. Nei bestiari, infatti, si parla della “loncia” come animale che “sempre sta in calura d’amore et in desiderio carnale”.

Anche Boccaccio parla di questa bestia dal nome poco conosciuto, simile alla lince: “par che si debbano intendere per questi, cioè per la lonza il vizio della lussuria”. Il peccato che rappresenta questo animale, infatti, è proprio l’abbandono alle passioni e ai piaceri terreni. Inoltre, grazie alla testimonianza all’interno di alcuni documenti, si pensa che ad aver colpito Dante fosse stata anche l’esposizione di una lince in gabbia a Firenze, che con la sua immagine felina e sinuosa ispirò il poeta per concretizzare il vizio infernale. Nella selva oscura, tuttavia, il male si presenta all’uomo non per mezzo di una sola bestia, ma in forma triplice, assumendo l’aspetto di tre fiere, ognuna delle quali è l’allegoria di sfumature peccaminose dell’umanità. Si tratta quindi di una trinità bestiale, in netto contrasto e agli antipodi della trinità celeste, il punto di riferimento per l’uomo medievale. È quindi esemplare, con Dante, la contrapposizione tra bene e male. “Con la test’alta e con rabbiosa fame si che parea che l’aere ne tremasse”. È con queste parole che l’autore descrive il leone, la seconda fiera. Considerato il re della foresta, sono proprio sue caratteristiche la superbia e la violenza, intesa come potere malvagio e forza cieca che opprime i diritti.

Come detto sopra, nel Medioevo questo animale era un simbolo sacro: la sua criniera e il suo manto dorato, infatti, erano immagine del Sole; Dante, tuttavia, dimostra di saper allontanarsi dalle antiche tradizioni e di saper esaltare nel suo capolavoro il vizio che può recare all’umanità un’eccessiva convinzione di superiorità ed uno sprezzante esercizio della forza. Più avanti fa la sua comparsa una lupa, “la bestia sanza pace”, famelica e insaziabile che appare come il più grave dei pericoli. La lupa è, nella Divina Commedia, allegoria dell’avarizia e della cupidigia, desiderio smodato di ricchezze e di potere. In particolare, si pensa che questo vizio peccaminoso fosse il peggiore per Dante, e che conducesse l’animo umano alla perdizione. Proprio in opposizione alla lupa, bestia demonizzata dalla Chiesa per la sua ferocia e incarnazione del diavolo, viene profetizzata la venuta del veltro, un cane da caccia che saprà respingere la fiera nell'Inferno, liberando il paese e l’umanità dal peccato. Ancora una volta Dante contrappone il bene e il male, e se da una parte illustra uno dei più pericolosi vizi capitali, dall’altra è in grado di offrire all’umanità un raggio di speranza.

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