Il serpente mostrato a Virgilio, Sordello indica il male al pagano

Il trovatore scopre chi è il suo conterraneo. Da poeta gli rende omaggio poi si offre di fargli da guida

MANTOVA. Sordello da Goito è, grazie a Dante, il più celebre dei trovatori italiani. Dante non dice nulla della sua attività politica, né degli scandali che avevano segnato la sua vita, ma allude indirettamente alla sua attività di poeta (in lingua d’oc). L’episodio di cui lo rende protagonista occupa una porzione molto rilevante del Purgatorio, dal canto VI (in cui scambia le prime battute di dialogo con Dante e Virgilio) al canto IX (in cui per l’ultima volta Virgilio lo ricorda quando Dante si risveglia e non lo vede più). Si tratta di scelte che meritano la nostra attenzione.

Tre episodi strettamente collegati

Osserviamo che Sordello è il primo personaggio della Commedia che affianca Virgilio con funzione di guida non per un breve episodio, ma per una serie di sequenze narrative assai articolata. Uno schematico riassunto svela almeno tre funzioni fondamentali affidate al poeta mantovano-provenzale:

1. Dante e Virgilio lo avvicinano a metà del canto VI per chiedere informazioni sulla strada da prendere. Virgilio sottolinea la sua solitudine, Dante il suo atteggiamento nobile e un po’ sdegnoso. Anziché rispondere alla domanda di Virgilio, Sordello chiede chi siano i due viandanti, Virgilio attacca a recitare il proprio epitaffio (che il lettore ha già parzialmente sentito tradotto pochi canti prima) e alla prima parola “Mantüa” Sordello cambia atteggiamento e abbraccia il concittadino. Il gesto offre a Dante l’occasione per la celebre apostrofe “Ahi serva Italia”, che interrompe il racconto e costituisce la prima grande digressione del Purgatorio.

2. Quando il racconto riprende (siamo all’inizio del canto VII), Sordello scopre che il suo conterraneo è nientemeno che Virgilio. Da poeta qual era in vita gli rende il dovuto omaggio, poi si offre di fargli da guida: prima spiegando che in purgatorio si può salire solo durante il giorno, e non dopo il calar del sole; subito dopo proponendo ai due poeti di trascorrere la notte ormai imminente nella vicina valletta. Qui, da una posizione leggermente soprelevata, che ricorda quella da cui nel Limbo Dante aveva contemplato gli spiriti magni, indica otto anime di sovrani negligenti, esponenti di una classe dirigente di cui Dante ha appena denunciato il fallimento.

3. Nel canto VIII, il sole è ormai al tramonto e nella valletta si svolge una sorta di sacra rappresentazione: le anime cantano l’inno Te lucis ante terminum per invocare l’aiuto di Dio contro le suggestioni diaboliche, poi due angeli armati si collocano come sentinelle ai lati della valle, pronti a mettere in fuga il serpente che si mostra di lì a poco. Sordello spiega che gli angeli “vegnon del grembo di Maria”, poi invita Dante e Virgilio a scendere in mezzo alle anime. Mentre Dante, dopo aver parlato con Nino Visconti, si distrae a guardare le stelle (le quattro “luci sante” che l’avevano colpito al mattino, simbolo delle virtù cardinali, hanno lasciato il posto a “tre facelle”, simbolo delle teologali), Sordello indica col dito a Virgilio il “nostro avversaro”, la biscia che viene a tentare le anime. Naturalmente le anime, essendo già morte, non corrono alcun rischio, ma il serpente, che viene subito cacciato dagli angeli, simboleggia il ricordo delle tentazioni passate. Nuovo colloquio di Dante (con Corrado Malaspina) a cui segue il sonno (canto IX) e la concomitante scomparsa di Sordello.

Il doppio abbraccio a Virgilio

Ripercorriamo brevemente i tre momenti chiave dell’episodio di Sordello (l’invettiva all’Italia, l’elenco dei sovrani negligenti, la sacra rappresentazione del serpente e degli angeli) per tentare di cogliere almeno in parte la complessità del discorso dantesco. La celebre invettiva crea un rimando fra i sesti canti - dell’Inferno (dove Ciacco spiega le cause della decadenza morale di Firenze, qui approfondita e resa più concreta, crisi delle istituzioni e non solo dei valori etici); del Purgatorio (dove la decadenza di cui si parla è quella dell’Italia, provocata da imperatori inetti e papi rapaci, di cui Firenze è il caso più emblematico); e del Paradiso (dove Giustiniano, già richiamato qui come colui che invano tentò di domare l’Italia “fiera... selvaggia”, tornerà a parlare della crisi dell’Impero e della giustizia di cui l’Impero dovrebbe essere il garante).

Dante contrappone le discordie che lacerano la società del suo tempo allo slancio affettuoso che spinge due anime ancora sconosciute l’una all’altra ad abbracciarsi non appena si scoprono concittadine. È un gesto di fondamentale importanza l’abbraccio nel Purgatorio: il lettore ricorda che nel canto II Dante ha tentato invano di abbracciare Casella, scoprendo che le anime in questo secondo regno sono immateriali. Ora, al termine dell’invettiva, Sordello riabbraccia Virgilio, con reverente ammirazione, dopo aver saputo chi è. Si tratta di gesti quasi rituali, che assumono un valore politico.

Sordello e Bertran: il tema della pace

Non basta. Il lettore ideale della Commedia sa che nell’VIII cerchio dell’Inferno Dante ha incontrato un altro poeta provenzale, Bertran de Born, condannato per aver fomentato le discordie fra i sovrani inglesi, padre e figlio. Il lettore attento è invitato a contrapporre implicitamente Sordello e Bertran: entrambi sono trovatori, ma l’uno è dannato, e Dante non ha neppure accennato alla sua attività di poeta, l’altro è destinato invece a salvarsi, e la sua attività di poeta ha un’importanza decisiva. Nella più famosa delle sue poesie, il Lamento in morte di ser Blacatz, Sordello elenca infatti otto principi, nello stesso ordine gerarchico con cui presenta a Dante gli otto sovrani negligenti del canto VII. Nel suo Lamento tuttavia Sordello invitava i principi a trarre ispirazione dalla figura di ser Blacatz per vendicare i torti patiti impugnando le armi; qui, viceversa, presenta i sovrani accoppiando fra loro anime che in vita erano state nemiche: Rodolfo I d’Asburgo e Ottokar II di Boemia, entrambi aspiranti imperatori, si sostengono l’un l’altro; Filippo III è vicino a Enrico I di Navarra, che gli aveva conteso il trono di Francia; e così via. Sordello recita quindi una palinodia del proprio Lamento e si contrappone esplicitamente a Bertran, come cantore della pace (il supremo valore politico, ormai, per Dante) contrapposto al cantore della guerra. Si tratta di un gioco di rimandi rivolto a lettori eruditi, o comunque dotati di una competenza tecnica particolare; ma coglierlo ci permette di comprendere il valore profondo di questo episodio. Come nel canto I dell’Inferno, dove Virgilio affiancava latini e troiani morti per l’umile Italia, così qui il lettore è invitato a contemplare la storia dalla prospettiva dell’eternità, e a riconoscere che, rispetto al disegno provvidenziale di Dio, le più feroci lotte politiche sono risibili bisticci.

Cultura classica e cultura cristiana

Nel canto VIII, Sordello sembra perdere di centralità, rispetto agli altri personaggi con cui Dante dialoga. Compie però un gesto importante - mostra il serpente a Virgilio, indicandoglielo col dito. È un gesto che invita a una ulteriore riflessione: il poeta cristiano indica il male a quello pagano, un male che quest’ultimo (a dispetto della sua superiorità artistica) può comprendere solo in parte. Di fronte al male, per Dante, la ragione umana è insufficiente. Da qui la necessità di una seconda guida che affianchi Virgilio nei momenti decisivi - l’abbiamo già visto nell’Inferno, davanti alle porte di Dite; la stessa situazione si presenterà più avanti, in questa seconda cantica, con l’intervento di Stazio.

Si capisce così perché al momento della sua entrata in scena (nel canto VI) l’anima di Sordello si era presentata “sola soletta... tutta in sé romita” (al contrario di tutte le altre anime del purgatorio) ed era stata associata da Dante all’immagine del leone: il leone in questo caso è un simbolo cristologico e il poeta provenzale (come Catone prima di lui) è una figura di Cristo - uno degli “aiutanti” mediante i quali l’amore divino interviene a sostenere Dante nel suo difficile cammino.

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