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Partiamo da twittare e taggare: cerchiamo i neologismi danteschi

Il Sommo Poeta ha dovuto inventarsi parole nuove per descrivere il suo viaggio

MANTOVA. Dall’intuarsi allo smutarsi, fino all’ammartaggio: escursioni lessicali da Dante ai giorni nostri. La lezione della Commedia sul fenomeno del neologismo linguistico arriva fino a noi, uomini del XXI secolo. Anche senza studiare o occuparsi di Storia della lingua, si può percepire che le parole nascono e cambiano nel tempo. Oggi come nel Medioevo; per noi, come per Dante Alighieri - maestro sotto tanti punti vista, ed esemplare anche in questo campo di “creazione di espressioni nuove e innovative”. Ad esempio, quando si deve parlare e cliccare l’icona del microfono, occorre smutarsi: per noi ragazzi è una parola abbastanza normale perché usata anche nel mondo dei videogiochi online, ma per gli adulti molto meno. Infatti quando la nostra professoressa di Lettere ha sentito per la prima volta questo termine, è rimasta sorpresa e ha chiesto spiegazioni. Da quel momento, ci siamo interessati alla tematica delle parole nuove, ovvero di ciò che, in Linguistica, si definisce neologismo; siamo partiti però dalle parole strane: proprio quel giorno, abbiamo spiegato alla prof che il verbo smutarsi non è l’unico caso, ma che ci sono tanti altri termini tipici del contesto informatico, come: loggarsi, vloggare, joinare, laggare; fino ai più classici chattare, twittare, taggare e postare. Queste sono tutte parole provenienti dall’inglese, le quali sono state italianizzate, per poterle introdurre nel nostro vocabolario quotidiano tipico dei social media e dei videocorsi.

Eppure, fino a qualche decennio fa non le avremmo usate e nemmeno annoverate nel nostro lessico. Oggi sono così in voga e necessarie che alcune di esse sono già segnalate dall’Accademia della Crusca. Possiamo dunque domandarci: quante volte, nella Storia, abbiamo inventato espressioni nuove o abbiamo adattato all’italiano termini presi da altre lingue per rispondere a esigenze e realtà inedite? Il processo di creazione lessicale non riguarda solo l’ambito tecnologico: l’uomo ha sempre cercato e trovato nomi e verbi in base al periodo in cui viveva, secondo le sue necessità e le esperienze vissute – aggiornando così il suo vocabolario. Per esempio, nel secolo scorso è nato il sostantivo allunaggio – quando gli astronauti hanno messo piede sulla Luna – così come da alcuni anni si sente parlare di ammartaggio – vista la corsa verso Marte.

Ma che c’entra tutto questo con la Divina Commedia? Ebbene, nel poema, Dante è sia autore sia pellegrino, in quanto ha compiuto un viaggio stupefacente, muovendosi addirittura nell’Oltretomba e salendo fino al Paradiso. È il poeta stesso a descrivere questa azione, usando il verbo imparadisandosi (Paradiso XXVIII, 3) e sorprendendo sia la nostra immaginazione sia la nostra ragione con questa voce evocativa e nuova. Non solo spazi inediti per il Dante-viaggiatore, ma anche parole nuove per il Danteautore, dunque, che ha bisogno di dire e descrivere ambienti e sensazioni spesso molto complessi e diversi da esperienze già vissute. Ecco perché la Commedia è anche un serbatoio ricco e vario di termini mai usati prima. L'Enciclopedia Treccani, servendosi della Enciclopedia dantesca (1970), spiega così il fenomeno del neologismo nel sommo poeta fiorentino: “Il modulo formativo consente evidentemente al poeta di tradurre in azione verbale, con immediatezza e felicità espressiva, un’immagine che si è affacciata inizialmente alla sua fantasia con le sembianze grammaticali di un sostantivo, di un aggettivo, e perfino di un pronome o di un avverbio”.

E allora anche noi ragazzi, leggendo varie pagine e passi della meritevole opera, abbiamo riscontrato una moltitudine di parole mai udite prima - e spesso rimaste confinate in quegli endecasillabi per sempre. È proprio Alighieri che ci allerta, confessandoci la difficoltà trovata nel dover esprimere concetti e spazi mai visti prima, senza possedere il bagaglio linguistico per farlo. Addirittura per due volte si paragona a un infante che ancora non sa ben parlare. La prima è nell’Inferno, in una terzina che recita: “ ché non è impresa da pigliare a gabbo / discriver fondo a tutto l'universo, / né da lingua che chiami mamma o babbo”. (Inf. XXXII, 9). La seconda occasione è nel XXXIII canto del Paradiso, in cui la denuncia è ancor più decisa:“Omai sarà più corta mia favella / pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante / che bagna ancora la lingua a la mammella”. Non a caso, è nell’ultima delle tre cantiche e nel più alto e solenne dei regni, che Dante sperimenta con grande urgenza la necessità di farsi padre di parole dalla forza comunicativa immensa, rivoluzionaria. Al verso 81 del IX canto del Paradiso troviamo il verbo intuarsi (penetrare profondamente mediante lo spirito in un’altra persona) al quale si contrappone l’espressione verbale inmiarsi (al contrario del precedente, permettere al prossimo di entrare in profonda sintonia con il proprio spirito, cioè “in me”).

Tra le tante abbiamo scelto alcune parole adatte al nostro interesse per il neologismo. Immegliarsi: (Paradiso XXX, 87), questo è un neologismo dantesco che deriva dall’avverbio meglio, e vuol dire “Diventare migliore”. Transumanare: (Paradiso 1,70), significa “superare i limiti dell’uomo”. Imparadisare: (Paradiso XXVIII, 3), in questo passo Beatrice “imparadisa” la mente di Dante, cioè colloca la sua mente nel cielo paradisiaco. Disunarsi: (Paradiso XIII, 56), significa “separarsi, cessando di formare una cosa sola”. Incinquarsi: (Paradiso IX, 40), neologismo formato sul numero cinque, che significa “si ripete cinque volte”. Infuturarsi: (Paradiso XVII, 98), è una delle espressioni verbali dantesche più celebri ed è basato sull’aggettivo “futuro” e letteralmente significa “prolungarsi nel futuro”. Inzaffirarsi: (Paradiso XXIII vv.97-102), “adornarsi con zaffiri”. Inmiarsi: (Paradiso IX, 80-81), è un neologismo di Dante che usa per indicare la penetrazione della conoscenza di altri in se stesso, fino all’identificazione e alla comprensione totale. Squadernare: (Paradiso XXXIII,85-87), “nel suo profondo vidi che s’interna, legato con amore in un volume,ciò per l’universo si squaderna”. Questo verbo indica il fatto di aprire un libro a una determinata pagina. Qui vuole indicare che Dante vide l’essenza divina raccolta in unità in tutte le cose create, che nell’universo sono divise e sparse come fogli separati di un volume. Dopo questa breve rassegna, possiamo proprio dire che Dante ci dimostra in modo illustre e sublime che gli uomini inventano parole nuove ogni qualvolta ne sentano il bisogno, a volte persino disposti a rigenerare quelle del passato adattandole ai rinnovati contesti.

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