Cinemantova: 1972, un anno caldo. Dal “Gran pezzo dell’Ubalda” alle saghe kung fu

Anticipando il film di Pasolini in sala solo a novembre all’Andreani ecco un’ondata boccaccesca

MANTOVA. Il Decameron figura nelle antologie scolastiche con le novelle meno licenziose, purgate e tagliuzzate dal crudo realismo, poco più di una dozzina sulle cento. Anticipando il film di Pier Paolo Pasolini - solo a novembre all’Andreani - appare nel 1972 un filone di filmetti da quattro soldi. Sottogenere della commedia all’italiana, marcando la pruderie del popolaresco, scollacciati quanto basta a mettere in difficoltà le maglie della censura, shakerando erotico e comico, una vergogna estetica.

In gran parte prodotti della “distribuzione regionale”, indirizzati alle arene estive e alle sale periferiche di terza categoria, chi non ha mai sentito nominare “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda”? Scenari: campagne assolate e borghi del centro Italia. E allora cosa ci fa una troupe a palazzo d’Arco il 27-28 marzo del 1972? Il regista Pino Tosini preferisce l’Aretino a Mantova, titolo provvisorio è infatti “I racconti dell’Aretino” con la mantovana Luciana Turina, Gino Cervi, Francis Blanche, Carla Mancini e Claudio Pellegrini.

Lo sceneggiatore è Giancarlo Fusco, giornalista, sugli schermi attore in “Vogliamo i colonnelli” di Monicelli, accanto a Tognazzi. Ecco la magia del cinema! Qualsiasi luogo può essere un altro, bastano tre arredi e inquadrature strette, il palazzo della marchesa d’Arco diventa il Vaticano dove il papa Leone X (Cervi) nella sala dello Zodiaco riceve l’Aretino. Il film non passa alla commissione di censura per ben due volte, così lo si ripresenta con il titolo “La nonna”, respinto, esce decurtato di 211 metri, vietato ai 18, prima come “I racconti romani di una ex novizia” e dopo come “I racconti romani di Pietro l’Aretino su monache, cortigiane e maritate”.

Il meccanismo della doppia titolazione permetteva di ripresentare, più o meno lo stesso film, una seconda volta facendolo apparire nuovo: un meccanismo distributivo applicato più volte alle pellicole del regista di Reggio Emilia dopo il suo esordio nel 1968 con “Bocche cucite”, un giallo carcerario interpretato da Lou Castel. “Revenge”, del 1969, ricompare con il titolo “Piacere e massacro”. Tosini è un artigiano del cinema di genere, realizzazioni a basso costo nate mescolando cronaca e mode del momento: “La casa delle mele mature” (1971) con Erica Blanc affronta il tema della follia e della psichiatria, “Un prete scomodo” (1975) è la biografia romanzata di Don Milani interpretato da Enrico Maria Salerno; “Fratello ladro”, ambientato a Parma segue le vicende di Padre Lino, cappellano delle carceri in dissenso con la gerarchia ecclesiastica, che riesce a strappare l’assoluzione per i sindacalisti processati evitando morti e feriti durante la “settimana rossa”. Poi c’è l’erotico psicologico: “Una donna di seconda mano” (1977) con il nipote iniziato sessualmente dallo zio con una prostituta (Senta Berger) e “Una di troppo” (1982) con Dalila Di Lazzaro e John Saxon.

In città, prima dell’estate, a sorpresa un nuovo genere, decisamente distante dalle abitudini nazionali, ha un successo travolgente presso il pubblico: è il Kung-Fu. Nella stessa settimana lo troviamo contemporaneamente in quattro sale (Apollo, Corso, Ariston e Andreani): “Dalla Cina con furore” di Lo Wei, “Cinque dita di violenza” di Cheng Chang, “Le quattro dita della furia” di Kung Meng, “Da Hong Kong: l’urlo, il furore, la morte” di Kao Pao Sho. Durante la stagione estiva, onnipresente al chiuso e all’aperto: “Wu Kung la mano della vendetta”, “Sette belve venute dalla Cina”, “E lo chiamavano cinque dita d’acciaio”, “Chen il flagello del Kung-Fu, “Il furore della Cina colpisce ancora”. Il filone boccaccesco inaugurato al Bios con “Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno”, proseguito con “Decameroticus”, “Decamerone francese”, “La bella Antonia prima monica poi dimonia”, “La più allegra storia del Decamerone”, “Alle dame del castello piace fare solo quello”, “I giochi proibiti di l’Aretino Pietro”, attecchisce in fretta. Troviamo così “Decameron proibito” e “Decameron n. 2” all’Andreani, “Decameron proibitissimo” all’Apollo, “Racconti proibiti… di niente vestiti” e “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda” al Corso. Sarebbe complicato indagare l’orientamento del pubblico in relazione alla rapida sostituzione dei generi di successo precedenti, visto che: il poliziottesco sostituisce i film di spionaggio del decennio anteriore, il kung fu prende il posto del peplum, l’erotico-boccaccesco dei musicarelli… mentre proseguono i gialli alla “Dario Argento” .

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