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Moretti, gli appunti per “Caro diario” e l’ironia nel racconto generazionale

Al Campiani presenta la versione restaurata «Vi racconto i dubbi e le paure di un regista»

MANTOVA. È un appuntamento prezioso quello di venerdì 2 luglio alle 21 nel chiostro del conservatorio Campiani, in via Conciliazione. Nanni Moretti presenterà la versione restaurata di “Caro diario” (1993) leggendo gli appunti scritti proprio durante la lavorazione del film. L’evento speciale si inserisce nella programmazione della rassegna Cinema nel Chiostro, sviluppata tramite la collaborazione tra Conservatorio, cinema Mignon e associazione Mantova Film Studio. In occasione del suo arrivo a Mantova, Moretti ha concesso questa intervista alla Gazzetta di Mantova per parlare di “Caro Diario” e del suo cinema.

Con quale animo rilegge le pagine del suo diario? Perché la scelta di recuperare le sue note e di affiancarle alla proiezione? Ci sono forse sfumature che la trasposizione cinematografica ha reso in modo diverso per motivi tecnici, oppure è un modo per offrire una dimensione ancora più intima ad un film in cui Lei si era già molto esposto personalmente?

«Per prima cosa: che impressione, già restaurano i miei film! Mi faceva piacere accompagnare la proiezione del film con il mio diario scritto durante la lavorazione di quel film. Penso sia interessante per un appassionato di cinema vedere come si costruisce un film, quali sono i dubbi e le paure di un regista. Da questa lettura in pubblico ho eliminato tutti gli insulti ai collaboratori, che sono viventi, hanno figli, famiglia eccetera, lasciando però tutti gli insulti a me stesso. Non è giusto, non vale!».

Come spiegherebbe il film ad un ragazzo che nel 1993 non era ancora nato? Ci sono elementi culturali e sociali che in questi (quasi) trent’anni si sono modificati radicalmente. Mi riferisco ad esempio all’osservazione diretta della città e delle cose, anche quelle minute, e al guardare in su: sembravano azioni normali, ma purtroppo molti sguardi, oggi, faticano a mantenere l’attenzione, a notare il dettaglio, a conservare un’immagine nel suo formato originale, quello del ricordo. Mi sembra che il ricorso alla mediazione tecnologica abbia modificato il modo di guardare: è d’accordo? Se sì, come si rapporta ad una società che assume questo nuovo sguardo?

«Non vedo perché dovrei spiegare il film a un ragazzo, mi sembra sufficiente mostragli “Caro diario”: un film personale, nello stile e nei temi trattati. Come spettatore, e quindi anche come regista, sono molto legato al cinema d’autore degli anni ’60: i primi film dei fratelli Taviani, di Bellocchio, Ferreri, Pasolini, Olmi, Bertolucci. La nouvelle vague in Francia, il free cinema in Inghilterra, il nuovo cinema dei paesi dell’Est. Quelli erano film che si interrogavano sia sul mezzo espressivo che è il cinema, sia sulla realtà: prefiguravano un nuovo cinema, e una diversa realtà, rifiutando il cinema e la società ricevuti in eredità».

Un altro elemento che già al tempo in cui vidi il film mi colpì era la sua capacità di affidarsi alla medicina con fiducia. Oggi l’idea di mediazione professionale è entrata in grave crisi. In pratica la gente sembra faticare ad accettare che ci sia qualcuno competente per curare le persone o per svolgere altre mansioni tecniche. Lei oggi ha la medesima visione di allora o in caso di necessità è tentato dall’idea di “saltare” questa mediazione? Il discorso vale, ed è per questo che le chiedo di analizzare la questione, anche nel racconto per immagini: Lei vede un rischio per il futuro del cinema nella proliferazione di mezzi tecnologici sempre più piccoli e alla portata di tutti? Oppure è persuaso che il cinema saprà continuare grazie alla sua intelligenza artigianale?

«Continuo ad avere fiducia nei medici, anche se una delle ultime battute che recito nel film dice “i medici sanno parlare ma non sanno ascoltare”. Ecco, penso che la capacità di ascolto sia una delle prime qualità che deve avere un medico. Per quanto riguarda il futuro del cinema, io continuo a credere nella sala cinematografica, che durante il periodo della pandemia mi è mancata moltissimo. Credo nella sala, ancora prima che come regista, produttore ed esercente (ho un cinema a Roma), come spettatore: andare al cinema per me è un fatto vitale. Ogni sala che chiude è una perdita, non solo culturale ma anche sociale».

Lei ha raccontato in vari e splendidi modi la storia di una generazione, proiettando lo sguardo dal particolare al pubblico. Le interesserebbe raccontare con la sua voce una storia diversa, quella di chi oggi ha venti-trent’anni, la storia dei figli dei suoi personaggi?

«Eh, a un soggetto del genere non ho ancora pensato. Per ora i protagonisti dei miei film hanno avuto di volta in volta la mia stessa età, penso ai miei film come diversi capitoli di un unico romanzo».

C’è stato, in passato, chi ha addirittura sostenuto che lei facesse film comici. Forse si potrebbe dire, più opportunamente, che lei ha utilizzato l’ironia per accettare anche la disperazione, il dolore, l’incertezza. Mi viene in mente, ad esempio, che in “Bianca” il professore che urla “Bastoni!” è lo stesso a parlare di “tutto questo dolore” e a definirlo ingiusto. Utilizza ancora l’ironia in questa chiave, oppure la maturità le ha offerto strumenti diversi per convivere con le difficoltà?

«Fin dai primi filmini in Super8, si sono manifestate tre esigenze. La prima: stare non solo dietro alla cinepresa ma anche davanti, forse più come persona che come attore. La seconda: parlare del mio mondo, politico, sociale e generazionale. La terza: raccontare questo ambiente con ironia. Quindi, trattandosi di me, con autoironia. C’è stata ironia sempre nei miei film, anche nella prima parte di “La stanza del figlio”, prima che morisse il ragazzo. “Tre piani” è il mio primo film in cui non ci sono mai toni da commedia. Cosa che invece sarà il mio prossimo film, di cui ho appena finito la prima stesura della sceneggiatura e che girerò nel 2022. E il cui titolo per ora è “Il sol dell’avvenire”.

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