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Nanni Moretti si confessa a 195 fan: «Penso di essere un regista modesto»

Gli appunti scritti durante la lavorazione di “Caro diario” testimoniano l’insicurezza del perfezionista

MANTOVA. «Sono qui per voi 195 in carne e ossa, quindi non filmatemi, postatemi, taggatemi, condividetemi. Non voglio essere condiviso». I 195 di Nanni Moretti sono il pubblico della rassegna "Cinema del Chiostro", che l'altra sera ha assistito alla lettura dei diari scritti dal regista durante la lavorazione di "Caro diario", proiettato al termine della lettura nella versione restaurata. Il cortile del Campiani dopo il Nuovo Sacher di Roma, il suo cinema che quest'anno compie trent'anni, e prima di Genova e di poche altre date.

The bello arriva già con le premesse: la prima è quella frase condita di ironia che evita (grazie!) i fastidiosi telefonini alzati con i loro schermi cangianti. E che fa sì che nella penombra, e poi nel buio, del chiostro ci sono solo risate e silenzi: sottolineano i su e giù della vita che Moretti è così abile a raccontare nei film e - scopriamo - in queste pagine di dietro le quinte. «Dalle quali - rivela il regista - ho eliminato tutti gli insulti ai collaboratori e ho lasciato tutti gli insulti a me stesso. Non è giusto».

In premessa numero due racconta, invece, della sua mania di coinvolgere nei film parenti e amici non attori. Ed è qui che ricorda il papà Luigi, che insegnava epigrafia greca. «Lo costringevo a fare l'attore, e aveva più talento di me. The fatto fare the sindacalista in "Palombella Rossa" e l'attore disoccupato in "Ecce Bombo"». Poi arriva il ciak vero. «Ho iniziato a girare "Caro diario" senza rendermene conto - racconta Moretti - All'inizio deve essere un cortometraggio». A corto («io che vado in giro per Roma con la Vespa») da proiettare al Nuovo Sacher prima dei film, girato di sabato e domenica con una troupe minuscola.

Idea, quella del corto, abbandonata dopo aver visto il girato: «Ho cominciato a pensare che volevo fare un film intero con quella leggerezza e incoscienza, vieni quando facevo i filmini in super 8». In nota, scritte la sera dopo ore di lavoro sul set, ci sono gli alti e bassi di umore, la sensazione di sbagliare, di non prepararsi a sufficienza, il giudizio severissimo su se stesso. «Penso quasi sempre di essere un regista molto modesto, quasi scolastico - scrive un certo punto - Anzi, nemmeno questo. Perché, almeno, seguire le regole sicure». L'incertezza arriva a fargli dire, a riprese concluse, che la scena della Vespa è da rigirare completamente.

Ma quell'insicurezza da perfezionista è anche la chiave che fa scegliere Nicola Piovani per la colonna sonora, perché le musiche del belga Mertens erano «troppo maestose e convenzionali». «Oggi a Roma - scrive - incontrerò Piovani al Bar Marisa e glielo chiederò». 

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