Il romanzo di Corrado: nelle pieghe del quartiere mondo dove la vita sfugge allo sguardo

L’autore racconta personaggi e pensieri che popolano un pugno di vie offrendo una riflessione sul tradimento e la redenzione delle parole

MANTOVA. Quante volte vi sarà capitato d’inciampare con lo sguardo in una finestra illuminata e d’immaginarne le esistenze dietro i vetri, in un gioco di prospettiva e fantasia. Rapiti dal fascino delle vite altrui, così simili e così lontane dalle nostre, nella trama degli affetti e nella geografia delle preoccupazioni. In “Cronache di quartiere” (Scatole Parlanti) Vincenzo Corrado è questo che fa: ci apre le finestre. Sulle case e sui pensieri delle persone che popolano uno spicchio sottile di una cittadina di provincia. Un microcosmo al cubo che, attraverso il racconto, Corrado dilata fino a fargli assumere le proporzioni del mondo intero, perché emozioni, affanni e desideri hanno tinte universali.

Una pagina dopo l’altra, immersi nel flusso dei monologhi, ci appassioniamo alle vicende della piccola folla che abita il quartiere. Il barista rancoroso. La vedova di sentinella sul balcone. Il laureato costretto a lavare le tazzine per guadagnarsi da vivere. Il medico che tutti conosce. La diversamente giovane in crisi di mezza età. Il calzolaio con la febbre del wrestling. La promessa del calcio, disattesa da un destino da barbone. La ventenne con la fissa della metropoli. E tutti gli altri, allacciati in un gioco di rimandi incrociati che traduce l’irrimediabile difetto dello sguardo altrui. Gli altri non ci vedono mai per ciò che siamo. Come possono, se noi per primi non riusciamo a metterci a fuoco?

È l’occhio dell’autore a restituire spessore alla vita interiore dei personaggi, denudati nella fragilità dei loro bisogni e dei loro tic. Accomunati tutti dai graffi dell’abbandono, per ferocia altrui o per negligenza propria. Traditi nelle promesse e nelle ambizioni.

E il primo tradimento, sembra suggerirci Vincenzo Corrado, giornalista della Gazzetta di Mantova, è proprio quello della parola che, nell’attimo stesso nel quale viene pronunciata o scritta, mutila la complessità che vorrebbe governare e tradurre. Così pure negli articoli di giornale che scandiscono il romanzo, troppo morbidi o troppo ruvidi, sempre e comunque lontani dalla verità dei caratteri e dei pensieri.

Siamo quindi condannati all’incomunicabilità, allo sguardo parziale di chi ci giudica senza empatia? Forse no. Nella sua approssimazione, la parola che tradisce è anche la cerniera che avvicina. Pure se a scriverla è un ragazzo del quartiere ingaggiato da un rapinatore di banche, un finto pentito, perché racconti la sua storia.

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