Festivaletteratura, Verdone e i ricordi: «Come una carezza per la mia anima»

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Il regista celebra la libertà del racconto autobiografico «Il terzo libro? È nato da uno scatolone rovesciato»

MANTOVA. Può suonare bizzarro, ma se “La carezza della memoria” è stato scritto, c’è da benedire uno scatolone rovinato a terra e un’anca malconcia. L’ha raccontato al pubblico del festival il suo autore, Carlo Verdone, collegato da casa per problema personale (si è scusato e ha promesso che verrà presto a Mantova). Intervistato dalla giornalista Paola Saluzzi, ha ripercorso i momenti che hanno portato alla nascita del libro, autobiografico.

Perché scrivere? «Per la paura che arrivi quel giorno in cui non riesci a ricordare più nulla – dice l’autore – Con i primi due libri credevo di aver esaurito i ricordi più importanti. Ma durante la pandemia, mentre ero al telefono con Paolo Sorrentino, lui mi disse che bisognava fare in modo che questo tempo fosse guadagnato. Che avremmo dovuto scrivere, non perdere un attimo. Tutto sommato non aveva torto, ma ero in difficoltà». Fino a quando, un giorno, non gli capitò tra le mani un grosso scatolone pieno di oggetti da mettere in ordine. Lo sollevò, ma una fitta terribile all’anca gli fece mollare la presa: lo scatolone cadde a terra e si ruppe, e gli oggetti si sparsero sul pavimento.

«C’erano vecchie fotografie, provini, occhiali, chiavi, uno scritto di papà che non conoscevo. Avevo trovato la chiave per scrivere il libro. Ho scelto diciotto di queste cose: ognuna aveva una storia». Protagonisti degli episodi del libro sono sempre persone per bene: «Questo ha fatto in modo che scrivere diventasse una carezza per la mia anima. Ho raccontato personaggi di grande umanità, storie a volte tristi, altre volte esilaranti, ma sempre vere». Accarezzato dalla bellezza dei suoi protagonisti e libero: «Scrivere un libro ti dà grande libertà. Non è come quando scrivi un film, che devi cercare sempre il compromesso con il produttore. Qui non sentivo alcuna pressione».

Tra i racconti che Verdone sceglie per il pubblico di piazza Castello c’è quello di Maria F. «Maria era una prostituta di 25 anni. Io, di anni, ne avevo 23. Fu un amore folgorante e più platonico che altro». Maria parlava poco e sapeva ascoltare, stava aggrappata a lui sulla Lambretta e, così, ha visto una città che non conosceva. «Mi piaceva lo stupore nei suoi occhi – ricorda il regista – Si trasformava in una bimba che vedeva meraviglie. C’è stata tanta anima nel nostro incontro».

Dall’emozione ai toni esilaranti: si ride, e parecchio, quando Verdone racconta della prima volta in cui fece ridere i suoi figli, che ancora non avevano capito il mestiere di quel papà già tanto famoso. Li aveva portati al circo e Liana Orfei, grande amica del babbo Mario, decise di rendere omaggio all’attore presente allo spettacolo. Chiamò in scena la star dello show, un’elefantessa, che doveva posare la zampa sulla balaustra e salutare l’ospite. «Ho visto un grattacielo venire verso di me, posare il piede e alzare la proboscide. A un certo punto ha fatto un barrito e ha sparato uno “scaracchio” (sputo catarroso, ndr) che mi ha preso diritto in fronte. Tutto il pubblico è scoppiato a ridere, anche i miei figli. Hanno continuato a ridere fino a casa e mi hanno detto “sei stato davvero comico”».

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