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Assunzioni bloccate. L’appello dell’Archivio di Stato di Mantova: «Avanti così e dovremo chiudere»

Nella struttura statale di via Ardigò lavorano sette persone. Ma la pianta organica ne prevederebbe venti

MANTOVA. «Se andiamo sotto le quattro unità chiudiamo» dice Luisa Onesta Tamassia, direttrice dell’Archivio di Stato. Unità sta per dipendenti. Che al momento sono sette, mentre nella pianta organica dovrebbero essere venti. È mancato il turnover: dal 2012 chi è andato in pensione non è stato sostituito. Attualmente in servizio nella sede al numero 11 di via Ardigò sono la direttrice, tre funzionari archivisti, un amministrativo che si occupa della segretaria e due addetti alla vigilanza e al prelievo e ricollocazione. Gli utenti che entrano possono essere solo cinque, su prenotazione, dal lunedì al sabato dalle 8.30 alle 13.30. A ognuno sono serviti massimo sei pezzi. Di più non si può fare. Non ci sono le forze.

Per questo motivo l’Archivio di Mantova condivide l’appello - a tutti gli effetti è un j’accuse o un cahier de doléances - che venti tra associazioni, società e consulte universitarie - e in generale le professionalità, accademiche e non, degli archivi e delle sovrintendenze archivistiche - hanno inviato al ministro per i beni e le attività culturali Dario Franceschini e alla ministra all’università e alla ricerca Maria Cristina Messa, per informarli della situazione di imminente collasso degli istituti archivistici e delle biblioteche statali.

Coordinatrice della diffusione dell’appello, inviato con una lettera a tutti gli archivi e biblioteche, è stata Isabella Lazzarini, mantovana che insegna all’Università di Edimburgo. I firmatari dell’appello rappresentano in Italia il punto di riferimento di quei campi del sapere che sono la storia medievale, moderna e contemporanea, l’archivistica, la paleografia e la diplomatica, la filologia, la critica d’arte, l’archeologia, l’antropologia culturale, l’architettura e la storia del diritto: in una parola le discipline storiche, umanistiche, giuridiche e sociali. Se gli archivi marciano a passo ridotto o ridottissimo o se addirittura chiudono per mancanza di personale, come è capitato a Genova per fortuna temporaneamente, tutti questi studi sono a rischio estinzione.

La crisi è strutturale, da tempo. Oltre al mancato turnover, è evidente - dice l’appello - la disattenzione in termini di stanziamenti finanziari. E relativo sembra essere l’impegno del ministero retto da Franceschini di nuovi bandi per l’assunzione di funzionari archivisti, pubblicati e annunciati, che dovrebbero tamponare la carenza di personale. È vero, ma la partita si gioca soprattutto sull’assunzione non di funzionari ma di custodi, che sono quelli che tengono aperto il servizio. Così il tempo passa e poco o nulla cambia. La situazione generale, davvero critica, è stata portata ancor più drammaticamente alla luce dall’emergenza pandemica. A fronte dell’apertura in Italia della quasi totalità delle attività culturali e di intrattenimento, per gli archivi si registra ancora una intollerabile situazione di aperture ridotte e accessi contingentati alla preziosa documentazione, manoscritta e libraria che conservano.

I firmatari dell’appello chiedono quindi un intervento immediato e capillare che possa scongiurare quella che si configura come una vera e propria emergenza. Luisa Onesta Tamassia si chiede perché non sia possibile reclutare personale nei centri per l’impiego, anche con assunzioni temporanee, previa prova attitudinale. All’Archivio di Stato di Mantova servono soprattutto addetti alla sala di studio, cioè custodi, e magari qualche figura amministrativa che faccia fronte alla contabilità.

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