Segre dieci anni dopo, il mondo è altrove ma Chioggia è sempre Li

MANTOVA. Applausi, aneddoti e qualche goccia di pioggia che non ha distratto l’attenzione del pubblico: così, in sintesi, l’anteprima del MantovaFilmFest (in programma dal 18 al 22), nel chiostro del Campiani insieme ad Andrea Segre. Il regista veneto è tornato a Mantova per presentare agli spettatori il suo esordio “Io sono Li” a dieci anni dalla vittoria del festival. Due lustri dopo, molte cose sono cambiate, sia nella Chioggia del film che nel resto del mondo. Ma tante altre sono rimaste in un certo senso immutate: «L’Osteria Paradiso, dove si svolge gran parte della vicenda, è ancora aperta – ha raccontato Segre – Oggi ci lavorano i figli della signora che conobbi io quando ebbi l’idea del film: essendo nati in Italia, parlano perfettamente in italiano, anzi in veneto. Sono cinesi e chioggiotti a tutti gli effetti. Questo ci dà il senso della progressiva e inevitabile trasformazione sociale dei nostri territori».

Trasformazione che è anche nella percezione: «Quando il film fu realizzato, la Cina era ancora considerata un paese di grande povertà da cui molti se ne andavano – ha ricordato Segre – Oggi la Cina è sulla mappa come una grande potenza economica, forse la più grande in assoluto, e nessuno si stupisce di questo». “Io sono Li” riunisce un gruppo di attori variegato ma dalla chimica sorprendente: «Capita spesso che un regista sviluppi un’affinità creativa con uno o più attori, e quindi cerchi di coinvolgerli in più progetti. Nel mio caso, si tratta della banda di attori veneti Battiston, Citran, Paolini, Pennacchi. A loro si sono aggiunti due grandi interpreti internazionali, che in Italia conosciamo poco. Zhao Tao è una star del cinema d’autore in patria, Rade Šerbedžija ha recitato per Kubrick, John Woo, Eastwood… La cosa divertente è che Zhao non parlava altro che mandarino, mentre Rade parla venti lingue, tutte male. Le riunioni del cast erano una vera e propria babele».

Sull’idea del film: «All’Osteria Paradiso andavo ogni volta che tornavo a Chioggia dai nonni. Un giorno dietro al bancone apparve questa donna cinese. Mi colpì l’idea di due mondi così distanti, quello dei pescatori habitué dell’osteria e quello della barista catapultata lì senza sapere una parola di italiano, costretti a incontrarsi e trovare un modo di comunicare. Tornato a casa, buttai giù una pagina. Era il 2006. Cinque anni dopo, giravamo il film».

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